“Ubuntu: Io sono perché noi siamo”

Un film alla scoperta di noi

Negli ultimi anni spesso sentiamo parlare di migranti e integrazione e di quanto quest’ultima sia difficile da realizzare. Far coesistere tante culture può risultare complicato, perché si è diffidenti e spesso chi non conosciamo genera paura. Fortunatamente ci sono anche storie con un lieto fine come la storia del CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) che è stato aperto nella comunità di Poggio alla Croce, una piccola frazione di 150 anime nel Comune di Figline e Incisa Valdarno.

Qualche giorno fa la nostra redazione è stata invitata dall’assessore dell’istruzione di Pontassieve Martina Betulanti a prendere parte alla visione e alla presentazione del documentario “Ubuntu”. Questo docu-film, di appena cinquanta minuti, racconta la storia di un centro di accoglienza nel borgo di Poggio alla Croce, inizialmente guardato con diffidenza e poi diventato un esempio di integrazione e rigenerazione sociale. 

Questa trascrizione documenta un’intervista realizzata dalla redazione del blog agli autori del documentario intitolato “Ubuntu, io sono perché noi siamo”. Il progetto narra la storia di un centro di accoglienza nel borgo di Poggio alla Croce, inizialmente guardato con diffidenza e poi diventato un esempio di integrazione e rigenerazione sociale. Attraverso il racconto di volontari e cittadini, emerge un messaggio di speranza e partecipazione attiva volto a superare i pregiudizi. L’intervista si conclude con un invito ai giovani a valorizzare la diversità e a perseguire con coraggio le proprie intuizioni per migliorare la realtà circostante.

Per prima cosa, perché il documentario si chiama “Ubuntu”?

“Ubuntu” è una parola africana dal significato molto profondo. Il termine viene spiegato anche in una famosa intervista a Nelson Mandela. Ubuntu non si può spiegare in poche parole, ma indica uno spirito di accoglienza e solidarietà. In Africa, se un viandante arriva affamato e assetato in un villaggio, nessuno gli chiede chi sia o da dove venga: prima di tutto gli viene offerto da mangiare e da bere. Questo è lo spirito di Ubuntu.

Inoltre, Ubuntu è anche il nome di un sistema operativo informatico open source, che è stato utilizzato nella scuola di Poggio alla Croce per rigenerare vecchi computer. Il titolo del documentario unisce quindi due idee importanti: l’aiuto verso chi arriva e la capacità di dare nuova vita a ciò che sembra vecchio. Ubuntu significa riconoscersi nell’altro e capire che siamo ciò che siamo anche grazie agli altri.

Da dove è nata l’idea di realizzare un documentario?

L’idea è nata nel 2017 dalla voglia di raccontare quello che stava succedendo a Poggio alla Croce. Uno degli autori lavorava come giornalista per un giornale locale e, venuto a conoscenza di questa storia, ha pensato che fosse importante raccontarla non solo con degli articoli, ma anche attraverso un documentario. All’inizio era solo un’idea e non c’era la certezza di riuscire a realizzarla, ma grazie a una serie di incontri e collaborazioni il progetto è diventato possibile.

Ho prima coinvolto un mio amico che faceva il videomaker, poi Giacomo che era dentro ad una radio web a Greve in Chianti, il resto poi è stato merito della storia che abbiamo avuto il privilegio di raccontare.

Durante le riprese avete incontrato persone che vi sono rimaste nel cuore?

Tutte le persone che compaiono nel documentario ci hanno accolto con grande entusiasmo e sono diventate protagoniste della storia. I veri protagonisti, oltre ai migranti, sono gli abitanti di Poggio alla Croce, che anche in età avanzata hanno deciso di rimettersi in gioco, reinventarsi e creare nuove relazioni. Grazie all’incontro con i ragazzi del centro, molti di loro hanno ritrovato entusiasmo e voglia di fare.

Questa “contaminazione” è stata così positiva e forte dal punto di vista umano che non si è limitata al paesino ma anche ad una quantità di persone dei territori limitrofi e persone abbastanza lontane. Io [Andreas Formiconi] sono docente universitario nella facoltà di Scienze della Formazione, e ricordo che ci fu una ragazza a cui ho fatto conoscere il progetto, Laura Passarelli, che vive dalle parti di Pescia e veniva a Poggio alla Croce due volte alla settimana in macchina con la sua piccola Matiz a insegnare a questi ragazzi. Si faceva 80 km andata e ritorno per stare 2 ore a insegnare a questi ragazzi.

 «Se doveste scegliere un messaggio da trasmettere alle persone che vedranno questo documentario, quale vorreste che fosse?>>

Quello che abbiamo detto all’inizio: Ubuntu! Spero che vedendo questo documentario anche stasera, a distanza di tanti anni, ora che la scuola non c’è più, il messaggio che vuol mandare possa essere ancora valido. Se si vuole sintetizzare il messaggio potremmo dire che qualunque problema si possa presentare nella nostra vita, prima di protestare, prima di lamentarsi, prima di invocare tutti gli dei del mondo possiamo e dobbiamo provare a pensare un attimo, fermarci e pensare se possiamo, nel nostro piccolo, fare qualcosa per risolvere il problema, perché i problemi li risolviamo quando ognuno di noi mette il proprio piccolo contributo con la fiducia che, se ci crediamo, possiamo fare tutto. 

A vostro giudizio dunque la diversità ci unisce e arricchisce?

Certo, la diversità è in realtà il motore che favorisce lo sviluppo della natura e che alimenta le culture. Dove c’è diversità si risolvono i problemi, mai con le divisioni, mai con “mettiamo insieme solo tutti gli specialisti del mondo a fare questo”. Il messaggio specifico per voi giovani è: quando intuite che potrebbe esserci una soluzione, non abbiate paura, non frenate i vostri sogni, anche se qualcuno la pensa diversamente.


Ubuntu. Io sono perché noi siamo.

Documentario completo in ITALIANO.

Laboratorio aperto di cittadinanza attiva

Approfondimenti sull’IA – Blog di Andreas Formiconi